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Dalla fondazione al XI secolo

a cura di Rosanna Scaringella – Antonella Rosito

Distrutta Cartagine da Scipione Emiliano nella terza (149-146 a.C.) guerra punica, la Peucezia (terra di Bari) ed altri territori circostanti furono distribuiti in premio tra i soldati reduci dalle guerre Puniche. Un certo Caius Oratus come dice l’Arcidiacono Perna di Trani, citato da Addario e da Padre Cosma Loiodice, avrebbe avuto in qualità di patrizio romano una zona su cui fece sorgere un villaggio col nome di Coratus abbreviazione del nome del suo stesso fondatore. Questa etimologia molto diffusa e apprezzata specie nel popolo è dichiarata dalla maggior parte degli studiosi errata. In realtà a quei tempi doveva esserci un primitivo tentativo di insediamento urbano, con qualche casupola rustica di contadini o pastori chiamato “pagus” o semplicemente villaggio.

Con il Cristianesimo quella comunità pagana che in età romana adorava qualche divinità boschereccia o della fertilità, quale il dio “forquo” al quale aveva eretto un tempietto agreste si era trasformata in una piccola agricola comunità cristiana grazie alla trionfale predicazione di San Pietro e San Paolo. Adorò tra i primissimi Santi e Martiri Cristiani San Vito e Santa Lucia in onore della quale veniva fatto il “falò di Santa Lucia”. Questa piccola comunità Cristiana che aveva ormai assunto il simbolo della croce aveva temuto e forse veduto le scorrerie barbariche dei Visigoti di Alarico provenienti dall’ Africa attraverso la Sicilia e il mare verso il 401 d. C. Passata la marea barbarica il primo villaggio di contadini e pastori si era ricomposto nella sua vita quotidiana badando ai consueti doveri dei campi o della pastorizia: si arava, si seminava, si mieteva, si vendemmiava, si raccoglievano le olive degli argentei secolari ulivi, con la sacralità di un rito ormai millenario. Tuttavia mancano reperti, vasi, tombe, date o iscrizioni sicure che storicamente attestino l’esistenza di una “urbs” romana e cristiana vera e propria.

Dopo la furia barbarica seguì la furia delle orde saracene: i fanatici e sanguinari mussulmani compivano ovunque arrivassero orribili massacri e distruzioni. Per questo motivo gli indifesi abitanti della “futura Corato” pensarono bene di erigere una torre di difesa lungo la (via direttiva) che saliva dal porto di Tarenum (Trani), sulla costa Adriatica verso l’entroterra. Un’altra torre, detta “Turris Longa”, fu eretta in posizione dominante avanzata, quasi a metà strada tra il villaggio e la costa di Tarenum ma con funzione di avvistamento più che di difesa. Dalla valutazione dei ruderi delle ancora esistenti torri di difesa lungo la via di Trani è lecito supporre che furono fatte non poche incursioni Saracene. Poco dopo l’anno mille dopo i Saraceni venuti dal Sud ci fu dal Nord, via mare, un’altra invasione di tipo guerriero – marinaresco, nell’ Italia Meridionale e quindi anche in Puglia: i Normanni.

Nel 1042 i Normanni, ad opera di Drogone occuparono la città portuale di Tarenum. Il conte Drogone dominatore di Trani e di Venosa aveva un altro fratello di nome Pietro: entrambi non potendo essere signori di Tarenum giunsero alla decisione di ampliare il loro dominio territoriale spingendosi nell’entroterra. Nell’anno 1046 Pietro il Normanno occupò senza spargere troppo sangue e senza colpo ferire quelle piccole casupole di contadini e pastori che trovò addossate sulla collinetta premurgiana. Il Duca subito dopo l’atto simbolico costitutivo della fondazione ordinò ai capo maestri di erigere le famose quattro torri e le storiche mura, tutte in pietra squadrata e calce, secondo le tecniche dell’arte edificatoria di quei tempi. Presumibilmente le quattro torri di guardia e le mura furono costruite quasi contemporaneamente nel giro di pochissimi anni: i blocchi di pietra venivano trasportati per mezzo di pesanti carri trainati da buoi o da cavalli dalle vicine cave di pietra non lontane dall’abitato, mentre le pietre ornamentali provenivano da Trani.

Delle antiche quattro torri e delle mura di difesa restano ancora labili tracce: la torre meglio conservata è quella si trova in Vico Gisotti. La seconda torre, dalla parte opposta è sita dietro la chiesa di Santa Maria Greca; la terza torre invece è ancora individuabile idealmente e collocabile oltre la curva muraria esistente a via Santa Caterina; mentre la quarta e ultima torre è ora del tutto inesistente, perché evidentemente crollata o rasa al suolo: si ergeva sopra all’arco “Petrucci” nel quartiere Abbazia. Oltre a questi elementi ritroviamo altre caratteristiche di una città medioevale: un castello, quattro porte di accesso e di uscita dalla cittadella con ponte levatoio e fossato e due strade principali incrociatesi al centro dell’aria urbana. Queste due strade presero il nome di via Duomo perché adiacente alla maggiore ed unica chiesa (Chiesa di Santa Maria Maggiore) e via Roma così denominata perché facendo angolo retto con la via della chiesa indicava l’esatta direzione Nord-Ovest della via e anche della porta verso Andria dalla quale ci si incamminava verso Canosa e Roma, attraverso le vie Traiana e Appia. La chiesa di Santa Maria Maggiore fu fatta erigere verso la fine dell’XI sec. intorno al 1090 circa.

Alcuni di elementi sono visibili nello stemma della città che presenta sulle quattro campiture verdi inquadrate insieme alle quattro torri, un cuore rosso al centro che può essere interpretato sia come radice etimologica del nome Corato sia come riferimento preciso e simbolico alla cordialità, al coraggio, e alla ospitalità dei cittadini stessi. Il Conte Normanno abitava nel Castello di Corato quando non dimorava a Trani; alla sua morte lasciò il piccolo feudo di Corato nelle mani dei suoi figli e eredi uno dei quali si chiamava Goffredo. Nel I secolo della fondazione, cioè dal 1046 al 1100 il territorio abitativo doveva essere presumibilmente di circa 4 ettari, pari cioè a 40000 metri quadrati (m. 200 x m. 200) mentre la popolazione si sarebbe aggirata intorno a poco più di 2000 abitanti, 400 fuochi o famiglie distribuiti in 30 casupole o caseggiati quasi tutti a pian terreno.

Riferimenti Bibliografici
Brevi notizie storiche sulla città di Corato e sue vicine località memorabili, S. ADDARIO, Corato 1909, Tip. G. Giannone;
Storia di Corato, N. Fiore, Corato 1984, Tip. Andrea Tarantini;
Storia del suo territorio, F.Galise, Corato 1995, Tip Arti Grafiche Graziani;
Appunti per la storia di Corato, F. Galise, Corato – Bologna 1904, Tip. Pontificia Mareggiani.

 

 

XII secolo

a cura di Filippo Loiodice

 

La fine dell’anno 1000 segna tristemente i territori della città di Corato e delle zone limitrofe. Si susseguono, infatti, in loco per l’appropriazione dei suoli comunali da parte del conte Pietro il Normanno e del duca Roberto il Guiscardo una serie di aspri combattimenti. Corato, a lungo assediata dal duca Roberto capitola il 7 febbraio 1073 assieme ad Andria.

Sei anni dopo, il 3 febbraio del 1079, Corato alleata alle limitrofe città marinare Trani e Bisceglie oltre che con Andria muove contro la città di Giovinazzo, unica fedele al duca. Morto il conte Pietro, gli succedette il figlio Goffredo, il quale concesse a Urso, Sillito e Rao, giudici della curia in Corato, la possibilità di interferire nella gestione del governo locale. Nel 1133 il re Ruggiero occupa le terre di Goffredo e quindi anche le tenute in Corato.

Non potendo controllare e conoscere a precisione tutto il territorio in suo possesso e soprattutto le terre da poco conquistate, il re, affida al suo segretario il compito di redigere una relazione che sintetizzasse i caratteri dei luoghi. A proposito di Corato, vi si legge: “Alla distanza di nove miglia dal mare corrisponde entro la terra la città di Quarta, città bella, popolata, nobile e deliziosa, abbondante di frutta e ferace di prodotti alimentari”. Tale scritto fu redatto ad opera di Edrisi. Molteplici i documenti di questo periodo in cui Corato risulta citata, soprattutto a carattere notarile e di contenzioso. Interessante anche il decreto imperiale emanato da Corato dal re Carlo d’Angiò per la nomina dei feudatari coratini tenuti a prestare servizio militare alla corte regale (anni 1161-1168).

In ambito prettamente urbanistico-architettonico, la piccola Quarata si limitò ad una lenta e graduale espansione, con una migliore urbanizzazione e di conseguenza organizzazione della vita interna. A questi anni risale l’avvio e lo stanziamento, da parte del Decurionato cittadino, dei fondi per la costruzione della chiesa di Santa Maria Maggiore, prima importante ed imponente opera costruttiva dopo la fondazione della città stessa. Databili attorno all’XI-XII secolo sono anche le due chiesette monovano extra-moenia dedicate a Santa Lucia ed a San Vito. La cittadina continua a crescere e nel 1270 è attestata la presenza di circa 4000 abitanti.

 

 

XIII secolo

a cura di Ada Loiodice

Il XIII secolo nella storia di Corato è segnato dal tramonto del regno normanno dei Rex Siciliae et Apuliae. Dall’ultimo re normanno, Enrico VI, e Costanza d’Altavilla nasce Federico II di Svevia, re di Sicilia e imperatore di Germania. A lui si deve la forma più moderna e progredita di amministrazione politicoburocratica del tempo: le Istitutiones Regni Siciliae che culminarono nelle Costitutiones di Melfi. Il segno che lasciò è memorabile nella serie di possenti costruzioni, castelli, corti che costruì in tutto il territorio meridionale. A Federico II, puer Apuliae, si devono il Castel del Monte, il Castello di Bari, Trani, Barletta, Taranto, Lucera, la reggia di Gioia del Colle e il possente castello di Melfi. Di Corato pare abbia detto: “terra felice e fertilissima dell’orbe”, come attesta un quadro conservato nella sala del consiglio del Palazzo di Città.

Corato, dunque, nel XIII sec., era un feudo svevo, ciò comportava per il feudatario non solo l’obbligo del servizio militare e la disponibilità di tutti i propri mezzi materiali, ma anche la corresponsione di riparazioni a cui anche questa città dovette assoggettarsi. Il ruolo di feudatario di Corato era svolto, per grazia del Papa Innocenzo IV, dal marchese Bertoldo di Hodemburg.

Morto Federico II, per volere della regia Curia, Corato fu affidato a Goffredo Potino, e da questo momento in poi fu sede di una serie di lotte che videro avvicendarsi i diversi re della famiglia angioina. Corato, fedele da principio a Corradino di Svevia, che per questo la definì cor sine labe doli, come riportato nello stemma della città, dovette pagare un augustale, ovvero 6,37 lire, a fuoco, per le spese di guerra sostenute dagli angioini.

Dopo le signorie di Carlo I e Carlo II d’Angiò, fu la volta di Filippo, principe di Taranto, cui successe Roberto I , e a questi nel 1343, Giovanna I, che così diventò regina di Puglia e del regno di Napoli. Dopo due anni matrimonio col duca di Calabria, Andrea, principe di Ungheria, Giovanna decise di sbarazzarsene tramando una congiura di palazzo. Ludovico, fratello di Andrea, volendo vendicare la morte del suo congiunto scese in Italia con un forte esercito nel 1347 portando gran parte del Meridione all’assedio. Ripartiti gli ungheresi fu la volta dei Sanseverino che, approfittando della ribellione di alcune terre, assoggettarono anche Corato.

Fra Domenico da Gravina descrive l’assedio di Corato da parte di Roberto Sanseverino coadiuvato dalle città vicine:

Corrono pertanto alla totale distruzione della terra di Corato, tutto il popolo di Andria, di Trani e di Barletta, e la massima parte de cittadini di Bitonto vi era. Era poi l’ istessa terra di Corato d’ogni intorno circondata da due grandi fossati e da molte difese, ossia bertesche…I capitani poi del detto esercito, dall’esteriore parte rizzavano quattro trabucchi per i quali di continuo, giorno e notte, si lanciavano durissime pietre…Su di questo, mentre nell’ora della battaglia vi stavano quattro combattenti, ecco per un subito colpo di trabucco, crollò quel castello e gli uomini.

 

XIV secolo

a cura di Mario Piccareta

I guelfi italiani salutavano la spedizione di Carlo I d’Angiò nel Meridione come un intervento provvidenziale, che restituiva sicurezza alla Chiesa e pace alle popolazioni meridionali. Infatti, la morte di Federico II (tanto desiderata da Innocenzo IV) non aveva sollevato la curia pontificia dall’incubo svevo, rinnovata da Manfredi dall’ultimo baluardo della discendenza dello “stupor mundi”, il figlio illegittimo Corradino. Con l’arrivo del re francese l’obiettivo di una fiorente attività economica e sociale passò in secondo piano poiché si dette maggior risalto a stroncare e debellare tutti i rimanenti feudatari di fede sveva e a premiarne gli esecutori con territori, castelli e titoli feudali confiscati agli sconfitti.

Nel 1269 Carlo I d’Angiò espugnò l’ultima difesa dei seguaci svevi, Lucera (da sempre fedele a Federico II) distribuendo le terre al conte di Montescaglioso (terre in cui rientrava Corato e si estendevano in territorio lucano fino a Benevento). Corato quindi faceva parte di questa Contea già dagli ultimi decenni del XIII e le appartenne fino al 1320 quando la contea stessa cessò di esistere e Corato venne a fare parte del Principato di Taranto sotto Filippo prima e Roberto dopo, figli di Carlo II d’Angiò. Il territorio coratino ebbe altre varie appartenenze come alla famiglia fiorentina degli Accjaiuoli residenti a Napoli o ad altre potenti famiglie o di nobili, tutti dipendenti però dal potente regno angioino.

Certamente Corato e le altre città soffrivano questa condizione ed impararono a dimenticare il buon governo di Federico II: fu questo il secolo dove Corato crebbe nella popolazione ma ebbe una involuzione nella ricchezza e nel benessere sociale e politico; calamità naturali e piaghe sociali, guerre, carestie e periodi di peste completavano il quadro del territorio coratino, molto esposto. Quando il potere regio dei d’Angiò perse il controllo dei signori feudali che si accaparravano sempre più di diritti ed ostacolarono l’ascesa di una seppur debole borghesia urbana, si creò una forte disorganizzazione politica. Lo stesso Roberto d’Angiò necessitò della forza militare dei baroni che ne uscirono rafforzati sotto il profilo giurisdizionale.

A rappresentare il potere cittadino era l’università di Corato (niente a che fare con gli studi), cioè un gruppo di illustri cittadini che governavano con proprie costituzioni secondo secolari consuetudini che tenevano conto di grazie, privilegi e concessioni da parte dei re che risiedevano a Napoli. Amministravano quindi sempre a nome dei re ed erano seguiti da un funzionario regio, denominato “Capitaneo” a nomina annuale,e in sede municipale (presso l’attuale zona di piazza di Vagno). Tutto ciò ovviamente in periodi di non belligeranza.

Alla metà del secolo, quando la regina Giovanna I volle impossessarsi di ampie zone terriere del nord barese(inclusa quella coratina) con le città più rilevanti,queste stesse città le si dichiararono ostili: Corato subì un grave assedio da parte del ramo reale ungherese oltre alla distruzione di zone rurali produttive poiché la fazione per cui patteggiava ne uscì sconfitta, e con essa anche i diritti di usare una sufficiente area per l’agricoltura, la pastorizia e il legname: questa involuzione economica e sociale (derivata dalle cause sopra riassunte), si protrasse fino al secolo seguente.

XV secolo

a cura di Ettore Torelli
All’inizio del ‘400, il potere angioino nell’Italia meridionale, mostrava segni d’instabilità. Tale situazione era causata dai conflitti tra i vari rami della dinastia dei d’Angiò, che avevano portato al successo del ramo durazzese, con l’ascesa al trono di Ladislao di Durazzo e poi di Giovanna. Tale situazione di confusione politica agevolò l’affermazione di arroganti baroni, come Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto che, per stendere i suoi numerosi feudi, combatté al servizio di Alfonso di Aragona che rivendicava contro gli Angioni il trono reale. Nel 1442 il pretendente spagnolo conquistò il potere, occupando come trionfatore Napoli.

La caotica situazione politica centrale si ripercuoteva negativamente sullo stato sociale ed economico dell’intero regno; infatti, anche Corato conobbe un travagliato periodo dovuto al susseguirsi dei feudatari. Nel 1443 per volontà del re Alfonso la città fu in possesso del nobile tranese Pietro Palagano, ma a partire dal 1458, morto il re, il principe Orsini la occupò con il suo esercito, insieme ad altri borghi pugliesi. Sotto il regno di Ferrante I l’Orsini terminò le sue violente incursioni militari e ottenne nel 1462 il pieno diritto di riscossione fiscale su Corato. Nel medesimo anno, però, il principe di Taranto venne ucciso e la città diventò possesso prima del fiorentino Angelo Acciaiuoli, poi del tedesco Ruth.

L’instabile gestione del potere ostacolò la crescita socio-economica di Corato, i cui cittadini si sentivano oberati dal gettito fiscale e defraudati delle loro risorse. Tale condizione è dimostrata dalle proteste dei coratini nei confronti del sovrano per l’istituzione della Regia Dogana di Foggia che permetteva ai pastori abruzzesi di far pascolare le proprie greggi nel demanio pugliese, limitando , così, gli usi civici delle comunità locali. Nel 1446 le Università di Corato e di Ruvo, visto che i loro reclami furono inascoltati dal potere centrale, procedettero ad attuare delle fragili misure protettive, istituendo le “Difese”, cioè dei territori in cui era interdetto l’accesso ai pastori abruzzesi. Il tenore di vita della popolazione pugliese andò sempre più peggiorando tanto da permettere nel 1483 la diffusione della peste, il cui morbo esplose anche a Corato mietendo centinaia di vittime. Questo tragico evento viene ricordato dalla comunità locale perché, secondo la tradizione, l’epidemia terminò grazie all’intervento miracoloso di San Cataldo. Il santo, originario dell’Irlanda, fu vescovo di Taranto durante il VII secolo e secondo la leggenda apparve a un contadino di nome Quirico Trambotto assicurandogli che avrebbe liberato la città dalla peste e richiedendo la costruzione di una chiesa in suo onore.

Alla fine del secolo la situazione sociale non era migliorata, infatti, nel 1492 l’Università di Corato inviò una supplica al re Ferdinando affinché “per la extrema povertà de li citatini” le modestissime rendite del territorio, sottratta la provvigione al milite feudale, fossero assegnate alla stessa Università: il re accolse la supplica. A conclusione del ‘400 Corato entrò a far parte del Ducato di Bisceglie, il quale nel 1498 apparteneva a Alfonso d’Aragona consorte di Lucrezia Borgia.

Riferimenti Bibliografici
Corato nel basso Medio Evo, Franco VANGI, in Murgia di Castel del Monte. Itinerario turistico attraverso i comuni di Andria, Corato, Spinazzola. Corato, 1996

 

 

XVI secolo

a cura di Vincenzo Tandoi
Nel XVI secolo, la città di Corato, seguendo le sorti di tutta l’Italia meridionale, visse decenni di grande incertezza politica, passando di potere in potere. E’ certo, però, che durante quel secolo l’economia della città prosperò come dimostrano evidenti testimonianze (molte ancora presenti) nel tessuto storico del centro antico: infatti, le più significative testimonianze artistico-architettoniche di Corato sono databili tra gli inizi del Cinquecento e i primi decenni del Seicento.

Uno dei palazzi più conosciuti di Corato, risale proprio al 1579: si tratta di palazzo de Mattis eretto dalla famiglia Patroni Griffi. L’edificio è conosciuto dai coratini per la particolarissima lavorazione del bugnato, a forma di punta di diamante; in via Santa Caterina, si trova un altro edificio i cui conci hanno la stessa lavorazione, databile anch’esso verso la metà del Cinquecento. Inoltre un’ulteriore costruzione crollata nel disastro del 1922, Palazzo Ducale, posto all’incrocio tra via Roma e via Monte di Pietà, di cui si conservano fotografie e descrizioni d’epoca, si presentava con una cortina muraria realizzata con la stessa finitura dei conci.

La studiosa e storica dell’arte Clara Gelao ha notato come i palazzi con cortine murarie realizzate a bugne piramidali, in Puglia, sono pressoché concentrati in un’area territoriale, culturalmente omogenea e geograficamente ristretta, individuata dal quadrilatero che ha come vertici le città di Barletta, Bisceglie, Andria e Corato. La spiegazione di questa di questa “circostanza” architettonica è, con tutta certezza, riscontrabile in una circostanza storica che segnò la vicenda coratina nei primi anni del secolo. Infatti nel 1498, Alfonso d’Aragona sposò Lucrezia Borgia (figlia del famigerato papa Alessandro VI, divenuto pontefice nel 1492) ed ebbe in dono le città di Quadrata e Biselli (Corato e Bisceglie), che furono unite a formare un ducato. Alfonso fu assassinato per vendetta e gioco politico da Cesare Borgia, fratello di Lucrezia, solo due anni dopo; così il neonato figlio di Lucrezia e Alfonso, Rodrigo, ereditò il titolo di duca; in realtà Rodrigo fu educato altrove e la reggenza del ducato fu affidata a Lucrezia che era divenuta, nel frattempo, moglie di Alfonso I, duca di Ferrara e che qui aveva trasferito la sua residenza.

A Ferrara, nel 1493, l’architetto Biagio Rossetti aveva eretto su incarico di Sigismondo d’Este il famoso palazzo dei Diamanti , cosiddetto per la particolarità del suo bugnato, dando concretezza e forma architettonica ad un modello che proveniva, molto probabilmente, dal medio oriente. Ecco, dunque, come la duratura relazione che si era instaurata tra il ducato di Ferrara e quello di Bisceglie (durata fino alla morte del piccolo Rodrigo, nel 1512) è riscontrabile nella concentrazione, unica in terra di Bari, di palazzi con bugnato piramidale, riflesso dell’enorme influenza che il palazzo del Rossetti suscitava in coloro che per affari si recavano a Ferrara, con cui il ducato di Bisceglie e Corato intratteneva forti legami commerciali.

Molte altre sono le costruzioni degne di nota che testimoniano il clima di fervore economico che Corato visse in quel secolo: palazzo Gentile costruito nel 1559, com’ è riportato nel bassorilievo che sovrasta il portale d’ingresso; palazzo Catalano eretto nel 1598 dal fabbro Antonio Catalano, come ricorda l’iscrizione scolpita nella fascia che corona il secondo piano; palazzo Lamonica vecchio, databile con molta probabilità sul finire del XVI secolo. Anche nell’antica piazza del Mercato, l’odierna piazza di Vagno, ci sono molte testimonianze architettoniche rinascimentali: una loggia e un balconcino con balaustre in pietra caratterizzate da sculture (il balconcino è retto da grandi mensole sagomate), nonché il bellissimo portale che si trova su via monte di Pietà, caratterizzato da una decorazione floreale, vegetale e animale.

 

XVII secolo

a cura di Marilena Torelli

 

Nel 1600 la città di Corato si andava estendendo da tutti e quattro i lati delle antiche mura normanne (1046 ca.) modificando così la planimetria della città che da quadrangolare stava divenendo circolare. Infatti nuovi edifici e nuovi quartieri stavano sorgendo fino al limite circolare interno dell’attuale stradone, cosicché le mura e le torri andavano via via scomparendo. Tra gli edifici eretti in questo secolo quelli storicamente importanti sono Palazzo Capano, la Chiesa sotterranea di Santa Maria Greca, la Chiesa di S. Giuseppe e il palazzo Lastella in Piazza di Vagno che durante il 1600 era sede del Municipio.

Corato quindi si spinse aldilà dello Stradone già nel 1605 con l’edificazione della chiesa di S. Giuseppe, voluta forse dalla categoria degli artigiani. La città infatti nel 1600 non era tutta e solo contadina ma anche artigiana e commerciante. La chiesa è un esempio di semplice stile barocco riconoscibile dalla cupoletta e dalla facciata con alzata frontale curvilinea e una finestra centrale anch’essa leggermente curvilinea. Anche la chiesa conventuale di S. Benedetto risale al XII secolo, più precisamente al 1627, quando fu eretta sul sito di un precedente convento intitolato all’Annunziata, in perfetto stile barocco riscontrabile soprattutto nel suo campanile.

Tra gli edifici privati sorti in città in questi anni degno di nota è il Palazzo Capano: si tratta di un antico e ben conservato palazzo di pianta quadrangolare ad un solo piano. Anch’esso come i precedenti edifici religiosi citati, presenta elementi tipici del linguaggio barocco come la facciata a bugne grezze e due piccole chiavi di volta che ornano due porte poste all’interno dell’atrio dove c’è un bellissimo pozzetto. Proprio l’atrio rettangolare interno è la caratteristica di spicco di questo semplice e bel palazzo secentesco. Così nei primi decenni del secolo 1600 Corato aveva ormai tracciato la larga fascia circolare dello stradone e si era espansa aldilà di questo grazie alla costruzione dei già citati edifici civili e religiosi. Nel frattempo anche la popolazione subiva una notevole crescita:all’inizio del secolo infatti si potevano contare 8005 abitanti che alla fine dello stesso secolo toccarono soglia 10.000.

Ma la storia della città e la sua crescita demografica subirono però una brusca battuta d’arresto:il trentennio che va dal 1627 al 1657 fu infatti di dolorosa storia per Corato. Un terremoto si abbattè sulla città e su i suoi monumenti proprio nel 1627 e fu tra i più disastrosi che a Corato si registrarono, mietendo numerose vittime e danneggiando anche gli edifici più imponenti. Tra questi la vecchia chiesa Matrice fu quella che riportò i danni più gravi: la volta restò pericolosamente lesionata come pure i muri perimetrali, per cui i tecnici pensarono di rinforzare tutta la fabbrica gettando un alto arco, ancora visibile, che abbracciasse la parete laterale sinistra. Ma le tragedie si susseguivano alle tragedie.

Dopo il terremoto si abbattè sulla popolazione di Corato una tremenda carestia dovuta ad una devastante invasione di cavallette che distrussero campi e raccolti. La normalità alla quale poi si giunse nel tempo era destinata a durare poco. Con l’estate del 1656, e poi in quella del 1657, si ripresentò, dopo l’epidemia del 1483, la peste, più mortale e drammatica della precedente. I malati vennero portati fuori dalla città, nella chiesetta della Madonna di S. Giovanni che funse perciò da lazzaretto; anche le sepolture, vietate in paese, furono scavate poco oltre quella chiesa ed ecco perché il cimitero di Corato è poco oltre la chiesa suddetta.

In occasione del contagio si sparse la voce che nel sotterraneo di una delle torri che circondavano la città fosse nascosto un quadro con l’immagine della Madonna, la quale avrebbe potuto allontanare il morbo, se venerata dalla cittadinanza. La scoperta della miracolosa immagine allontanò infatti il flagello dal paese e in seguito, nei sotterranei dell’antica torre, detta appunto “la greca”, sorse nel 1664 una bella chiesa dedicata a S. Maria Greca. La piccola chiesa venne poi rimodernata e ampliata nel 1680 con la costruzione del coro e delle cappelle laterali;solo al XVIII secolo si deve invece la costruzione del nuovo tempio dedicato alla Vergine. Si sa che nei momenti di maggiore difficoltà si cerca conforto e aiuto nella fede ed è per questo motivo che contemporaneamente alle due epidemie il Capitano del Popolo (il Sindaco), i Magistrati e le massime autorità religiose si impegnavano a nome della città e con un atto pubblico ad onorare il Santo patrono della città (S. Cataldo) con maggiore zelo e solennità il 10 maggio, giorno della traslazione, nella speranza che S. Cataldo potesse rinnovare il miracolo che debellò la peste due secoli prima.

Riferimenti Bibliografici
Storia di Corato, N. Fiore, Corato 1984.

 

 

XVIII secolo

a cura di Arcangela Tarantini

 

Nel 1700 Corato conobbe un periodo di grande espansione al di là della cerchia dello stradone, allora la periferia del paese. Contemporaneamente anche la popolazione, dopo la decimazione provocata dalla peste del 1656, riprese a crescere numericamente passando da circa 7000 abitanti, all’inizio del XVIII secolo, ai 10.000 abitanti alla fine dello stesso secolo. In questo periodo le classi sociali esistenti a Corato, come in genere nel Mezzogiorno d’Italia, erano due: da un lato i nobili feudatari e il clero e dall’altra plebei, contadini, pastori, commercianti, artigiani. I nobili feudatari imponevano e riscuotevano le tasse, i plebei eseguivano i lavori più duri e umili e pagavano le tasse. Questa condizione di miseria e soprusi sfociò in moti popolari che dal Regno di Napoli si estesero anche in Puglia, nella quale la maggior parte della popolazione insorse contro gli oppressori feudali e fiscali. In realtà le rivolte in Puglia furono sedate ben presto e Corato ripiombò sotto il vassallaggio della famiglia Carafa di Andria.

L’esercito napoleonico, dopo aver invaso il nord Italia, nel 1798 invase il Regno di Napoli proclamando la Repubblica partenopea. Ben presto le idee liberali si sparsero tra le popolazioni anche in Puglia e molti patrioti, tra cui un nostro concittadino Federico Quinto, insorsero per difendere le nuove idee e innalzarono la nuova bandiera della libertà sulla torre dell’orologio del Municipio. Con la caduta di Napoleone nel 1815, ci fu la ritorsione reazionaria da parte dei re borboni e della nobiltà feudale. Sul finire del secolo, con l’avvento delle teorie illuministe e soprattutto della rivoluzione francese, sotto l’influsso dei principi liberatari, anticlericali, cominciarono anche a Corato moti di intolleranza anticlericale ed eversivi. Sul piano pratico le idee progressiste ed illuministiche portarono all’abolizione per sempre del feudalesimo con tutti i suoi risvolti negativi sulla società, specialmente quella contadina del sud.

Sviluppo Architettonico e Urbano
La pianta urbana di Corato nel XVIII sec. presentava alcune caratteristiche ancora visibili oggi : arterie e sentieri campestri che raggiungevano e raggiungono tuttora la città, vecchie masserie alcune delle quali conservano ancora l’antica funzionalità. Il grande borgo era circondato da edifici religiosi che sorgevano lontani dall’intero abitato, in terreni spaziosi utili per l’insediamento di nuove abitazioni con l’aumentare della popolazione. Una testimonianza dell’espansione di Corato al di là della cerchia dello stradone è la costruzione, nel 1727, della chiesa dei Cappuccini. E’ una chiesa costruita in stile barocco, semplice settecentesco con annesso il convento dei Cappuccini. A questo periodo risale anche la costruzione della chiesa superiore della Madonna Greca, su corso Garibaldi. Questa chiesa sorge sotterranea nel 1656 con il ritrovamento dell’icona della Madonna Greca, nel periodo dell’ultima peste a Corato. Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 si concluse la costruzione della chiesa superiore.

Del ‘700 è anche Palazzo Lamonica, detto anche palazzo Bracco, con pregevole fattura dei tre balconi con gattoni scolpiti in pietra. Poiché la popolazione in questa secolo tendeva a crescere rapidamente, aumentarono anche i bisogni sociali e le istituzioni civili. Si rese necessaria dunque la costruzione di un vero e proprio ospedale per la cura degli ammalati che, in questi tempi di miseria e povertà, erano numerosi. Crebbe anche il numero degli orfani e dei bambini abbandonati e fu costruito, di conseguenza, un orfanotrofio. Va detto però che nel 1700 sia l’ospedale che l’orfanotrofio erano strutture che esistevano a livello caritativo, non come istituzioni sociali quali lo diventeranno nel secolo successivo con l’avvento in Italia delle idee liberali napoleoniche, l’abolizione della feudalità e la proclamata libertà di tutti i cittadini.

Al XVIII sec. risale la creazione della nuova statua in argento di San Cataldo, testimonianza della grande devozione per il Patrono di Corato. La vecchia e secolare statua del Santo Patrono, costruita nel 1490, con il passare del tempo si era corrosa e annerita; nel 1770 il sindaco di Corato, don Ottavio Lamonica, d’accordo con il Reverendissimo Capitolo Ecclesiastico, fece forgiare una nuova statua tutta in argento massiccio da eccellenti scultori di Napoli. Questa statua è diventata un vanto per la città di Corato e ogni anno viene esposta nella solenne processione di San Cataldo.

Riferimenti Bibliografici
Storia di Corato, N. Fiore, Corato 1984, Tip. Andrea Tarantini;
Storia del suo territorio, F.Galise, Corato 1995, Tip Arti Grafiche Graziani.

 

XIX secolo

a cura di Marianna Lotito – Maria Teresa Malcangi
L’800 si caratterizza per il ritorno neoclassico verso le forme dell’arte greca e romana. Cade l’artificiosità e l’elaborazione del barocco, a vantaggio di un ripristino della sobrietà ed equilibrio tra gli elementi. Questo fenomeno si manifesta concretamente attraverso il riuso di paraste e colonne doriche, ioniche, corinzie. Anche Corato risente dell’influsso di queste tendenze e si procede alla realizzazione del teatro comunale, voluta dal sindaco Patroni-Griffi, del cimitero, e si edificano nuove abitazioni e nuovi quartieri. Al processo di modernità del centro urbano contribuisce anche la costruzione della strada provinciale Corato-Trani che favorì e facilitò gli scambi economici e culturali fra la due città.

E’ del 5 gennaio 1816 una delibera della Curia nella quale si legge l’avvenuta suddivisione in sei quartieri dell’intero abitato di Corato: <<…ed avendo prima diviso l’abitato in sei quartieri, cioè due per li sobborghi, e quattro per lo interno, ne ha fatta la elezione di detta Deputazione…>>. Da ciò si evince la presenza ancora delle mura antiche della città con due quartieri esterni e quattro interni suddivisi nel modo seguente: <<Quartiere esteriore del suborgo della strada denominata del Crocifisso, per lo tratto di S. Giuseppe, sino alla porta delle Moniche Vecchie. Secondo quartiere esteriore, o sia del suborgo dal punto della porta delle Moniche Vecchie, sino al punto che unisce la detta strada del Crocifisso. Terzo quartiere che comincia dalla Porta Vecchia dividendo la città per lo mezzo, sporge per la Piazza, ed abbraccia la strada del Crocifisso. Quarto quartiere che principia dallo stesso punto della Porta Vecchia alla mano dritta, sino alle Monache Vecchie, spezzando per la strada della Piazza. Quinto quartiere, principia dell’antica Porta Nuova, s’incammina verso la Piazza e si taglia nella strada del Crocifisso. Sesto quartiere, s’imbocca dal medesimo punto della Porta Nuova, percorre la Strada detta del Monte, e va a chiudere al punto delle Moniche Vecchie>>.

Le notizie sulle condizioni della città di Corato all’inizio dell’ ‘800 ci pervengono da una lettera che l’ingegnere comunale di Altamura Giannuzzi, scrisse al duca di Canzano, consigliere di Stato: <<La comune di corato giace situata in luogo basso ed umido, a segno che non vi è un Edificio che non goda il rispettivo suo pozzo per attingere le acque sorgenti. Moltissimi pozzi ancora di simile natura si vedono scavati da per tutto gli spazi delle strade per uso di quel Pubblico. Non esiste per le vicine Contrade di quella Comune una profonda valle e nemmeno un proporzionale pendio, che rendesse agitabile l’atmosfera. Tutti gli edifici che la compongono generalmente non godono una basa stabile nell’appoggio delle fabbriche fondamentali, ma tutte giacciono situate su di un certo strato di Arena rossa il più compatto nelle profondità di quindici in venti palmi (4-5 metri e mezzo), giù che sin tale altezza tutta è creta con terra paludosa. Abbonda quella popolazione di vigneti, onde i vini per formare capitali di industrie, sono il sostegno delle più distinte famiglie, e la maggior parte delle conserve di detti vini, ossidano cantine, sono distese sotto le strade pubbliche, come è notorio. Tutta la gente bassa di quelle popolazioni, quanto è circospetta, altro e tanto è sporca, perché educata a buttare le immondezze e feccie avanti l’uscio della sua abitazione. Dagli antichi si eseguì la costruzione di alcuni condotti esterni, che quei Naturali chiamano della torre di San Cataldo, del Crocefisso e Gisotti, e perché tali antichi condotti, che principiano dall’esterno dell’abitato, e si dirigono alla parte di San Domenico, luogo voluto da essi più basso di quelle vicinanze, non godono un pendio proporzionale a farli erogare col di loro sboccamento tutte le materie ivi radunate; si scorgono sempre pieni all’altezza di otto, in dieci palmi d’escrementi ed orine perché nello sboccamento incontrano il terrapieno, non scorrono e colle loro germiose esalazione in ogni Stagione Estiva rendono l’aere infetta, che reca a quei Naturali apidue febbri putride e petichiose. […] onde mi glorio che da Maggio 1806 per metà del 1807 aver ben servita quella popolazione nel farli battere quelle novelle selciate da me dirette pulite, ed asciutte e con poca spesa averlo fatto selciare tutte le strade maestre e Piazza che col di loro assegnatoli declivio, davano sistema alle grandi adiacenti da selciarli…>>.

Corato fu tra i primi Comuni d’Italia ad avvalersi della legge del 20/6/1865 N° 2359 sui piani regolatori che prevedeva una ristrutturazione ed un risanamento di antichi quartieri in cui bisognava rimediare alla viziosa disposizione. Il Comune affidò l’incarico all’Ing. Rosalba del genio civile di redigere tale piano, che fu approvato il 28 maggio del 1868 e costituisce il primo documento planimetrico della città di Corato. L’ordine dei lavori fu il seguente:
1. lastricamento generale di tutte le strade attuali
2. conduzione delle piovane ed acque luride
3. rettifica della parte più addensata di strade tortuose ed abitazioni con l’abbattimento di questo centro d’infezioni
4. abbellimenti diversi, vasche di raccolta delle piovane, progetto di una nuova strada esterna che determina l’ampliamento delle città e 2 quartieri di case operaie
La pianta mostra il nucleo centrale, costituito da costruzioni antiche, circondato da un largo Stradone sul quale sono presenti i principali edifici dell’ ‘800, quali palazzo Gioia, palazzo Addario, palazzo Lamonica, villa Capano e statue come quella dedicata a Matteo Renato Imbriani . Con questo piano viene data alla città una chiara impronta data da una strada a forma decagonale, i cui spigoli si allargano per avere funzione di piazza.

Riferimenti Bibliografici
Sviluppo urbanistico con note architettoniche, Francesco Galise;
Storia di Corato, Nicola Fiore.

 

XX secolo

a cura di Rosanna Scaringella – Antonella Rosito
Il Novecento fu storicamente importante per la sua originalità dopo secoli di imitazione dei modelli antichi e medioevali. Si fece strada il movimento artistico denominato Liberty che subito assunse un carattere nazionale: acciaio, vetro e cemento armato diventarono gli elementi integranti del nuovo stile che si ispirava alla natura con motivi di foglie, fiori, viticci ecc. e prediligeva la linea curva, che si raddoppiava e si moltiplicava. Anche a Carato si diffuse lo stile Liberty e palazzo Tota e palazzo Tedeschi ne sono un esempio.

I primi anni del Novecento si caratterizzano dapprima per l’approvazione e lo stanziamento di somme di denaro per il grandioso progetto dell’ Acquedotto Pugliese ad opera del grande statista meridionalista M. R. Imbriani Poerio essendo risultato deputato vincente per il collegio elettorale di Corato, Trani e Bari nel 1890. Dopo alcuni anni di lotta e di dibattiti politici si passò finalmente alla fase esecutiva verso il 1906: ingegnere progettista capo del grandioso colossale Acquedotto Pugliese fu Camillo Rosalba, lo stesso che aveva redatto anche il piano regolatore di Corato e dell’ estramurale a forma di poligono decagonale. Dopo otto anni, nel 1914, in seguito a grandiosi lavori della ditta Antico di Cagliari, l’ Acquedotto divenne una realtà. Come a Bari e in altri paesi del Sud a Corato le prime fontane cominciarono a erogare acqua nelle pubbliche piazze.

A eterno ricordo del grande statista, che tanto amò la Puglia e in particolare Corato, fu realizzato un grande monumento in bronzo raffigurante l’imponente figura di Imbriani ad opera dello scultore Gallori di Roma; la statua fu collocata di fronte ai giardini di piazza Plebiscito.

Corato volle ricordare anche, con un monumento a mezzo busto, il letterato e uomo politico Felice Cavallotti, amico di Imbriani, insieme al quale era stato ospite per pochi giorni nella nostra Corato. Intorno al 1921 sul viale Vittorio Veneto fu costruito un imponente e grandiosissimo edificio scolastico denominato Nicola Fornelli. In stile architettonico classico, è costituito da un piano rialzato e un primo piano; si presenta con ampissimi ambienti scolastici, lunghi e spaziosi corridoi, larghe scalinate e ampio cortile o palestra scoperta al centro dell’ imponente edificio, di forma quadrangolare.

Verso il 1922 fu edificata, in epoca fascista, la prima moderna Scuola Media intitolata a Luigi Santarella, l’insigne ingegnere e architetto conosciuto dai coratini. Nello stesso anno fu costruito il grande canale della fognatura allora mancante detta “il Fascio” a via Bisceglie utile per la canalizzazione fino al mare delle acque fognanti.

Il 1922 vide inoltre il verificarsi di disastrosi crolli e dissesti di case e palazzi a causa di abbondantissime infiltrazioni di acqua dai canali d’acquedotto oltre a quelle delle preesistenti acque sorgive e freatiche del sottosuolo. Dopo aver attentamente studiato il disastroso fenomeno, gli ingegneri del Genio Civile fecero scavare delle cisterne di acque freatiche o sorgive, al fine di far defluire entro questi pozzi l’acqua sovrabbondante. Accanto al crollo di numerose case avvenuto nel quartiere Abbazia e in piazza Mercato, particolarmente doloroso per l’architettura, fu il crollo della Chiesa cinquecentesca del Monte di Pietà e dell’attiguo palazzo nobiliare dei signori de La Noja, imparentati con i Carafa di Andria. Si ricorda inoltre l’abbattimento di un altro bel palazzo a via Marcato e largo Aregano di bella fattura e facciata a bugnato.

Verso il 1945-50, essendo cresciuta la popolazione scolastica, furono costruiti altri due grandiosi e moderni edifici scolastici, e cioè l’ edificio Cesare Battisti in viale Diaz e l’edificio in via Trani intitolato alla memoria del grande uomo di scuola, nonché sindaco di Corato, Francesco Cifarelli. Altri edifici sono stati costruiti successivamente: gli edifici “Giuseppe Arbore” e “Nuova Italia” in via Andria, l’edificio Barbaschello e l’edifico Sant’Elia, negli omonimi quartieri. Si ricorda inoltre l’Istituto Statale d’ Arte in via Andria.

Anche le industrie, i commerci, la viabilità, i trasporti si sono enormemente dilatati. Nel 1960 entrò in servizio la nuova ferrovia elettrificata, detta “Bari – Nord” a scartamento normale, ma ad un solo binario. Intanto venivano costruite nuove strade e superstrade, come la Strada Statale 98, per lo scorrimento veloce del traffico provinciale. A cominciare dall’ ultimo dopoguerra, cioè dal 1945 sorsero nuove zone industriali con nuovi stabilimenti vinicoli, industrie dolciarie, industrie conciarie, industrie per la lavorazione dei marmi e specialmente verso la fine del secolo piccole industrie metalmeccaniche, industrie vestiarie ed alimentari, grandi officine meccaniche e carrozzerie e opifici di ogni genere, per iniziative della nuova e dinamica classe imprenditoriale. Essendosi reso inagibile, vecchio, ormai superato e insufficiente il vecchio “Ospedale Civile Umberto I”, Corato ha costruito nel 1970 il grandioso Ospedale Distrettuale, sulle prime alture di via Ruvo.

A sud di Carato, a quasi tre chilometri dall’ abitato urbano, sorge un nuovissimo quartiere residenziale chiamato l’ Oasi cioè area di pace e di villeggiatura estiva. Al centro di questa zona è stato realizzato un grande moderno Santuario detto della Madonna delle Grazie, tutto costruito in cemento armato. È di forma rotondo ed è composto di due chiese sovrapposte. Sul grande spiazzale esterno del Santuario vi è una pregevole “Via Crucis” in bronzo realizzata dallo scultore Alfredo Verdelocco.

La sera del 23 novembre 1980, un fortissimo terremoto si scatenò su tutta l’area meridionale interessando anche Carato. In seguito a questo terribile avvenimento molti fabbricati furono danneggiati come il Liceo Ginnasio “Oriani” in via Andria. Si può dire che nel XX secolo Corato si è notevolmente espanso, urbanisticamente, a macchia d’olio, ben oltre la cerchia dell’estramurale. La popolazione, superata la fase demografica di massimo incremento che va dal 1901 al 1921, subisce un brusco decremento nel successivo trentennio rimanendo poi stabile fino al 1951.

Riferimenti Bibliografici
Storia di Corato, N. Fiore, Corato 1984, Tip. Andrea Tarantini;
Storia del suo territorio, F. Galise, Corato 1995, Tip Arti Grafiche Graziani.